1. UBALDO – Paura della solitudine e compromessi affettivi
DOMANDA: Gentile Dottoressa, sono un ragazzo di quasi 35 anni e mi trovo da tempo a fare scelte nella mia vita in funzione delle paure che ho. La prima paura è quella di rimanere solo nella vita senza riuscire a costruire un amore e una famiglia. Sono stato fidanzato con molte ragazze e sono stato innamorato di tutte, ma con tutte, nel momento in cui si poteva concretizzare il rapporto (andare a vivere insieme), è avvenuto un accadimento che l’ha fatto terminare.
Tutte queste delusioni mi hanno reso triste e fragile rendendomi più convinto che ormai a 35 anni è veramente dura. Grazie a tutto questo, ora sono fidanzato con una ragazza che purtroppo non amo, ma con cui posso avere un matrimonio. Infatti nella mia testa c’è una parolina ricorrente che dice: “Ubaldo sei vecchio, o ti accontenti o rimarrai solo”. È giusto scendere a questi compromessi che mi fanno star comunque male per realizzare il sogno della mia vita? Cosa devo fare?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gentil Signor Ubaldo, mi scrive che ogni volta che stava per realizzare il sogno di costruire una famiglia con la donna che amava, intervenivano degli “accadimenti” che mandavano in frantumi il suo sogno. Ora, penso che dovrebbe riflettere ed analizzare il perché e il genere di tali accadimenti, che forse le possono aprire uno spiraglio sul suo modo di relazionarsi ad una donna, oppure sul perché lei si innamora di un certo tipo di donna.
Chiaramente la paura della solitudine non è una buona motivazione per un matrimonio, ma su questo argomento non mi sento di dirle nulla, perché appartiene al futuro, e forse questa ragazza che lei non ama, ma dalla quale è amato, col tempo potrebbe conquistare il suo amore. Il mio consiglio è di non precipitare gli eventi e di riflettere sul fatto che 35 anni sono davvero pochi per avere paura di restare per sempre da soli. Inoltre a volte possiamo sentirci più soli in coppia, che da soli, perché la solitudine è una dimensione dell’anima che con molta fatica noi stessi dobbiamo imparare a risolvere.
2. ROSSANA – Disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione
DOMANDA: Buongiorno, ho 31 anni, da due soffro di disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione, ho paura di entrare in contatto con le feci, ciò mi provoca il dover fare una doccia lunga e altri rituali più o meno collegati oltre che litigate anche esasperate/violente con i miei. Ho paura a prendere farmaci per gli eventuali effetti collaterali permanenti (per gli SSRI parlano di contrarre la PSSD e altri disturbi del movimento!!!), insomma impossibile che non c’è un prodotto che aiuti e che non comporti l’accettazione di tali rischi?
Ho letto che è di aiuto una psicoterapia tipo cognitivo comportamentale, avevo iniziato ad andare da una specialista di questo tipo ma poi ho smesso, la dott.ssa diceva che non avevo nulla perché non collaboravo. Potrebbe fornirmi qualche consiglio pratico per darmi un piccolo aiuto da sola??? Ho già letto un po’ de “Il cervello bloccato” e del metodo dei 4 gradini, magari altri libri di auto aiuto tipo quello di Melli mi possono aiutare.
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Cara Rossana, proviamo così: hai una terribile paura di toccare per sbaglio le feci, e per sentirti al sicuro sei costretta a fare interminabili lavaggi e altre pratiche. Decidi quanto tempo ti serve per poterti lavare perfettamente. E poi prova a rispettare questo tempo. La paura non la puoi controllare, è troppo forte, ma il tempo è una tua scelta e lo puoi controllare.
Incomincia dal rituale che senti meno costrittivo, nei tempi e nei modi che per te sono meno coercitivi. Vedrai che ogni volta che ci riuscirai ti sentirai un po’ meno schiava di quel rituale. Questo è il mio piccolo aiuto fai-da-te.
Tuttavia non abbandonare l’idea di una psicoterapia, e quando sarai pronta ad andare a fondo e guardare in faccia che cosa si nasconde dietro le tue ossessioni, torna in psicoterapia. Primo perché imparare a gestire un disturbo non è risolverlo, secondo perché i rituali in periodi di stress o preoccupazione possono diventare ancora più numerosi e intensi.
3. ELENA – Come aiutare un compagno con ansia generalizzata
DOMANDA: Buongiorno Dottoressa, da alcuni mesi ho un compagno (età 50 anni) che soffre di disturbi d’ansia (dai sintomi mi pare si tratti di ansia generalizzata). Io di ansia so ben poco e non riesco a capire come posso aiutarlo per uscire da una situazione per lui estremamente frustrante.
L’ansia si è manifestata nel corso degli anni: 20 anni fa primo grave attacco d’ansia, per il quale è finito in ospedale. Successivamente ci sono voluti ben 5 anni per uscire dal tunnel. Poi per un po’ d’anni è stato piuttosto bene. Gennaio 2012 secondo grave attacco d’ansia, per il quale è di nuovo finito in ospedale. Da allora una o due volte alla settimana tornano dei piccoli attacchi ed è rimasto un senso di inadeguatezza ad affrontare la vita di tutti i giorni.
Quindi questa persona non riesce a reagire, ad uscire da uno stato che lo rende meno operativo e gli fa vedere tutto negativamente. Io, con tutto l’amore che provo per lui, non riesco a capire come posso aiutarlo. Farlo parlare tanto penso sia utile, lì per lì sembra stia meglio, ma poi dopo qualche giorno piomba di nuovo nel tunnel dell’ansia. Cosa posso fare secondo lei?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Cara Elena, penso che se il suo compagno è vent’anni che soffre d’ansia, con periodi di remissione, avrà affrontato il problema con una terapia sia farmacologica che psicologica. Lei può essergli vicina con affetto e comprensione, ma altro non può fare. Il suo compagno ha avuto una ricaduta e si deve curare, lo esorti a farlo senza aspettare altro tempo.
4. DANIELA – Ansia e attacchi di panico nei momenti di rilassamento
DOMANDA: Salve mi chiamo Daniela e ho ventitré anni e da un anno che soffro d’ansia e attacchi di panico e questo mi succede soprattutto quando mi rilasso. Non riesco a capire come mai e se andando da un psicoterapeuta riuscirò a superare questo periodo e a tornare la ragazza allegra e che stava sempre bene di prima!
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: La psicoterapia sia di orientamento dinamico, sia di orientamento cognitivo è la cura adeguata per i disturbi d’ansia. Disturbo di cui lei soffre soprattutto nei momenti di rilassamento, non è infrequente che nei tempi “vuoti” week-end o delle vacanze emerga il disagio che nel tempo “pieno” del lavoro e dello studio resta nascosto. Alcuni possono accusare disturbi fisici, come emicrania o altro, lei diventa preda dell’ansia, scoprire che cosa c’è dietro e poi affrontarlo è compito della terapia.
5. VINCENZO – Attacchi di panico e dipendenza dai farmaci
DOMANDA: Gentile dottoressa, ho trovato interessantissimo il suo sito, da luglio del 2007 soffro di attacchi di panico, il primo mese ero praticamente al pronto soccorso (ansia anticipatoria) poi con un antidepressivo sono stato bene per 3 anni, con la mia psichiatra allora abbiamo deciso di eliminare il farmaco e dopo 4 mesi sono ricaduto ancora in questi attacchi di panico.
Ne ho riparlato con la mia psichiatra e mi ha ridato il farmaco, ora lo sto riprendendo da poco e sto migliorando, ma ho una gran paura di essere dipendente dal farmaco che io non vorrei prendere per tutta la vita, magari ho bisogno di qualcos’altro, non so cosa fare anche perché il farmaco è efficace però ogni volta che lo sospendo torno a stare male, ed è sempre come la prima volta. Cosa dovrei fare?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gent. Signor Vincenzo, il disturbo d’attacco di panico, nonostante le numerose manifestazioni fisiche che l’accompagnano, è un “male” della mente, dell’anima, è un disturbo psicologico, e come tale va curato. I farmaci agiscono sui sintomi, non sulle cause del disturbo.
L’attacco di panico è il vestito che indossa un suo disagio profondo, che unicamente tramite una psicoterapia può essere portato alla luce e risolto. La terapia farmacologica è utile perché alleggerisce i sintomi e dà sicurezza al paziente che così può affrontare il percorso psicoterapeutico con sguardo limpido, non offuscato dalla paura di stare male. In seguito, quando la psicoterapia incomincerà ad avere i suoi effetti, i farmaci devono essere gradualmente abbandonati.
6. LAURA – Paura patologica di perdere i propri cari
DOMANDA: Gentile Dottoressa, sono una donna di 62 anni, felicemente sposata da 34 con un uomo gentile e innamorato. Ho tre figli, il grande di 31 anni e due gemelli di 23 con problema di I.M. di grado medio. Abbiamo faticato molto per “accettare” questo, ma ora siamo sereni nel vedere e nel sentirci riconoscere di aver lavorato bene.
Questo preambolo per dire che ho sempre avuto poco tempo per me tra lavoro e figli, per affrontare un problema che da tempo interferisce nei rapporti tra me e i miei cari: la paura di perderli. Tutte le mamme e mogli sono preoccupate ma io lo sono in modo patologico nei riguardi di mio marito e dei miei figli i quali per farmi superare questi problemi lesinano ad es. le chiamate se son fuori. E hanno ragione. Se tardano io penso solo che sia successo qualcosa di tragico. Chiedo aiuto a lei. Di quale percorso psicoterapeutico ho bisogno? E a chi rivolgermi a Lecce?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gent. Signora, tutti abbiamo paura di perdere i nostri cari, fortunatamente ce ne dimentichiamo per la maggior parte del tempo, lei invece non ci riesce più e questa paura è diventata la sua abituale per lei il pericolo è sempre dietro l’angolo. Soffre di un disturbo d’ansia e rivolgersi a uno psicoterapeuta è la cosa da fare per liberarsi di tale terrore.
A mio parere non c’è in assoluto un percorso migliore di un altro per un certo disturbo, la cosa fondamentale è la qualità della relazione che si stabilisce tra terapeuta e paziente, e solo una relazione che promuova la formazione di una salda alleanza terapeutica sarà efficace. In questo senso più che tipo di psicoterapia che un altro, è importante l’incontro tra paziente e psicoterapeuta, incontro che mette in gioco anche la personalità dei due protagonisti.
Le consiglio di rivolgersi all’Ordine degli Psicologi della regione Puglia, che le fornirà l’elenco degli psicoterapeuti della sua città, in questo modo sarà garantita circa la professionalità e la competenza dello psicoterapeuta, e poi provi, se è il terapeuta giusto per lei capirà molto presto.
7. MARCO – Giovane età e psicoterapia junghiana
DOMANDA: Salve dottoressa. Innanzitutto premetto che ho 18 anni e sono circa sette mesi che seguo una psicoterapia, di indirizzo junghiano. E qui la prima domanda: per iniziare una terapia è un’età troppo precoce? Ho letto che Jung diceva che un buon momento per iniziare un’analisi è l’età più adulta. Il mio terapeuta dice che ognuno ha la sua strada e che iniziare adesso per me è un vantaggio perché ho tanto tempo per godermi quello che ho imparato. Lei come la vede?
In seguito alla separazione con una ragazza sono caduto in depressione e ho passato un periodo di acuta sofferenza, con paure che si ingigantivano sempre più, paura di vivere di uscire e di stare in mezzo agli altri. Ho anche iniziato una terapia farmacologica da un paio di mesi e devo dire che mi sento molto meglio di un tempo, anche se sento il dolore. Mi sembra di aver ricacciato dentro il mio problema per affrontarlo. In sogno era un enorme pesce predatore, che emergeva da un lago e mi dava la caccia. Io scappavo terrorizzato. Questo sogno risale a circa un mese fa.
La terapia è difficile, e molte volte non riesco a dire quello che sento al psicoterapeuta, e a volte mi sembra che lui taccia o non reagisca a certe cose che io dico. Il silenzio mi mette a disagio e ho difficoltà ad aprirmi e questo mi porta a pensare negativamente sull’efficacia dell’analisi. Continuo a pensare al modo migliore di affrontare la mia situazione, visto che prima continuavo ad autoanalizzarmi e a dire ho questo ho quello, similmente ad un ipocondriaco.
Vede c’è un detto zen che dice: non pensare, guarda! È questo che devo fare? Osservare i contenuti del mio inconscio, il mio dolore e miei pensieri e le mie paure, sospendendo il giudizio su di essi? La paura a volte più che una riflessione sfocia in una costruzione mentale prodotta da una visione distorta delle cose. Lei cosa ne pensa?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gent. Signor Marco, non c’è un’età migliore di un’altra per iniziare una terapia, sia che riguardi il corpo o l’anima: lo si fa quando c’è un “male” da curare. I dolori come la malattia arrivano e basta, a qualunque età. E quando arrivano dobbiamo prendercene cura.
Sull’efficacia o meno della sua psicoterapia non posso esprimere opinioni, ma è sicuramente un argomento di cui deve parlare con il suo psicoterapeuta, perché i dubbi, il disagio e le ansie che si vivono nella relazione terapeutica, sono parte integrante della psicoterapia stessa.
Per quanto riguarda le paure, penso che le peggiori siano i fantasmi creati dalla nostra mente, che ogni volta abbiamo il coraggio di affrontarle e guardarle in faccia si sciolgano come neve al sole.
8. ELENA – Ex tossicodipendente con ansia e tricotillomania
DOMANDA: Buonasera, sono una ragazza di 24 anni, è da 4 anni che ho smesso di fare uso di coca, estasi, LSD. Sono stata in comunità per 3 anni ed non uso più nulla, non fumo, non bevo nemmeno, soffro di crisi d’ansia continue, la mia vita è ansia, devo sempre fare qualcosa, a lavoro che ho la mente impegnata sto meglio, ho il vizio di tirarmi i capelli e mi sento a disagio perché ne sono consapevole ma non riesco a smettere, il gesto di toccare i capelli mi allevia l’ansia, almeno così mi sembra, ma per stare un po’ meglio mi ritrovo a stressarmi i capelli, è brutto da vedere all’esterno, anche se non è portato agli eccessi.
Per intenderci non ho chiazze vuote, semplicemente mi ritrovo sempre a mettere le mani nei capelli per vedere se per caso ne perdo, (cosa normale)? Sembra un movimento compulsivo. Quando ero in comunità avevo perso questo vizio perché ero sottoposta ad una cura di ansiolitici, terminata quella dopo 2 anni di fila, mi è tornato il tic. Che fare? Vorrei un aiuto inoltre a volte in metropolitana, mi capita di dover scendere alla prima fermata perché mi viene paura e aspetto quella dopo.
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gentile Signorina Elena, una storia di tossicodipendenza fa pensare a un suo profondo e a quel tempo ingestibile disagio psichico, il rifugio nella droga è stata la illusoria soluzione di allora.
Gli psicofarmaci agiscono sul sintomo, ma non sulle cause, che se non vengono affrontate e risolte tramite un percorso psicoterapeutico continuano ad agire. Sospesi i farmaci che controllavano l’ansia è subentrato il vizio di tirarsi i capelli che in qualche modo la tranquilizza.
L’unica strada è affrontare le cause del suo disagio psicologico e della sua insicurezza, cosa possibile solo con una psicoterapia, che visto i progressi da lei già fatti può essere un percorso breve.
9. LUCA – Disfunzione erettile da ansia da prestazione
DOMANDA: Gentile dottoressa, ho ventisei anni e da un po’ ho un problema imbarazzante, mi capita, appena inizio a frequentare una donna, di avere problemi di erezione, che di solito vengono risolti lentamente col tempo fino a scomparire. Deduco che questo siano problemi legati all’ansia. Ora sto frequentando una ragazza, e mi si stanno presentando di nuovo questi problemi. Che cosa devo fare?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gentile Signore, come giustamente dice, il suo è un problema legato all’ansia. È importante verificare se l’ansia si manifesta solo nei suoi rapporti con le ragazze o investe invece anche gli altri settori della sua vita. Per esempio quando deve affrontare nuove situazioni di lavoro o sociali è molto ansioso o abbastanza tranquillo?
Quello che voglio dirle è che il disturbo d’ansia può essere generalizzato oppure riguardare unicamente la vita affettiva, oppure quella sociale. In ogni caso sarebbe utile che facesse qualche colloquio di approfondimento del problema, sicuramente avrebbe da subito un sollievo perché diminuirebbero le paure e i fantasmi legati alla sua sessualità.
10. ELISA – Ansia da cambiamento
DOMANDA: Gentile Dottoressa, le scrivo per avere qualche consiglio, in questo periodo sto affrontando diversi cambiamenti, casa, lavoro, esami universitari, razionalmente credo che dovrei esser felice perché si prospettano cose belle, ma da 2 giorni sono ansiosa e stamattina mi è venuto un attacco di panico in metropolitana.
Fortunatamente non è la prima volta che mi succede (già 4 anni fa ne avevo sofferto per un breve periodo e poi li ho superati) quindi so che devo pensare positivo, che non mi sta succedendo nulla e che è tutto nella mia testa. Ho paura di non riuscire a fare chiarezza dentro di me, che la paura mi limiti, cosa devo fare?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gent. Signorina Elisa, i cambiamenti per quanto belli e desiderati comportano sempre un certo grado di paura che provoca ansia. Questo perché le “cose” nuove portano con sé l’ignoto, e quando dobbiamo affrontare l’ignoto si risveglia in tutti noi tutto l’attaccamento che abbiamo per ciò che è noto e familiare, anche se siamo stanchi e consapevoli di avere bisogno d’altro.
11. TERESA – Come aiutare una sorella con attacchi di panico
DOMANDA: Buongiorno dottoressa questa notte il marito di mia sorella che abita a Legnano, io abito a Bologna, mi chiama dicendo che non sapeva cosa fare in sottofondo sentivo mia sorella piangere disperata con respiro affannoso che voleva il 118 perché si sentiva morire e nessuno riusciva a calmarla e ho detto a mio cognato che forse era un attacco di panico e chiamare il 118 così lei si sarebbe tranquilizzata. Al PS le hanno dato 20 gocce di ansiolitico, come posso aiutare mia sorella?
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gent. Signora Teresa l’attacco di panico è il sintomo di un disagio più profondo che non deve essere ignorato, né sottovalutato. Se sua sorella ha veramente avuto un attacco di panico, è molto probabile che nel tempo si ripeta, in questo caso l’unico aiuto possibile è quello medico unito a quello psicologico.
12. COME STARE VICINO A CHI INIZIA TERAPIA
DOMANDA: Salve, convivo con il mio ragazzo, affetto da DOC. Poco tempo fa ha deciso di aprirsi e parlarmi del suo problema e ha preso la decisione di iniziare la terapia. Nonostante ciò è sempre nervoso e tende a scaricare su di me ansie e problemi. Vorrei capire meglio come potergli stare vicino adesso che ha intrapreso questo nuovo percorso, non parla più con me del suo problema e l’argomento terapia è tabù anche per ciò che riguarda aspetti prettamente pratici e logistici e non solo di contenuto delle sedute, che capisco possa essere profondamente personale.
Io però non so come comportarmi, se non chiedo nulla non vorrei che mi sentisse distante e disinteressata al problema, ma se chiedo rischio sempre di scatenare ansie e rimproveri! Questa situazione sta logorando anche me, ma sono decisa a non mollare, vorrei solo un consiglio su cosa evitare e cosa invece fare attivamente!
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gentile signorina un grosso problema per le persone che soffrono di DOC è “scegliere”, perciò non lo metta di fronte ad alcuna richiesta che comporti una decisione da parte sua. Gli dica che gli è vicina, che gli vuole bene, e si comporti con lui come ha sempre fatto, le ha confidato che ha un problema e che sta cercando di risolverlo, ma al di là di questo resta il suo ragazzo di sempre, non amplifichi il problema.
La psicoterapia è un’esperienza assolutamente personale, se vorrà condividere qualche cosa con lei, lo farà.
13. ALESSANDRA – Depressione con idee ossessive
DOMANDA: Gentilissima Dottoressa, ad un amico è stata riscontrata una depressione con presenza di idee fisse, ossessive. Anche se ogni disagio è unico, come unica è la persona che lo vive, può spiegarmi se questa situazione (in riferimento alle idee ossessive) è sempre sinonimo di un comportamento psicotico?
Il ragazzo ha sempre mantenuto “lucido” e con le prime cure farmacologiche si sono anche attenuati i pensieri ossessivi. In passato ha negato d’aver bisogno di un aiuto terapeutico nonostante percepisse il suo stato di malessere tanto d’aver maturato di suicidarsi.
Questi pensieri ossessivi possono davvero sparire (gradualmente, certo) in seguito alla scomparsa della depressione? Una psicoterapia può esser consigliabile sin d’ora o è meglio attendere lo stabilizzarsi dell’umore grazie alla terapia farmacologica? Sono molto confusa rispetto alla modalità dello stargli vicino… lavoro nel sociale questo anziché essermi d’aiuto mi crea un po’ di ansia. Da un lato vorrei fare di più (e consapevole del disagio che lui vive) senza pensare a vedere il mio amico come mio “utente”. I piani affettivi e lavorativi si stanno ingarbugliando.
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Cara Alessandra, un disturbo depressivo anche se accompagnato da idee ossessive, non è sinonimo di comportamento psicotico. Per poter parlare di psicosi o manifestazioni psicotiche è necessario che il paziente non sia in grado di distinguere ciò che appartiene al suo mondo interno da ciò che appartiene al mondo esterno. È infatti tale confusione tra i due mondi una caratteristica fondamentale dei disturbi psicotici.
I pensieri ossessivi possono sia scomparire, sia affievolirsi, non c’è una regola, poiché ogni persona-paziente è un universo unico e particolare. In generale il mio consiglio è di combinare la terapia farmacologica alla psicoterapia. I farmaci, infatti, agiscono sui sintomi riducendone l’intensità, la psicoterapia lavora sulle cause che li ha prodotti.
Comprendo la sua preoccupazione e il suo desiderio di stare vicina al suo amico e come dice lei, di fare di più. Spesso ci dimentichiamo che “essere presenti” è già un “fare” e che in alcuni casi, come ad esempio il suo, è anche l’unico “fare” possibile ed efficace. Continui perciò ad essere l’amica di sempre e non guardi il suo amico come a un paziente.
14. FEDERICA – Preferenza per psicoterapia rispetto ai farmaci
DOMANDA: Buonasera, sono una ragazza di 25 anni e da qualche tempo soffro di disturbi d’ansia; mi sono rivolta a Villa Turro “San Raffaele” dove ho avuto due incontri con due diversi psichiatri i quali mi hanno prescritto una terapia farmacologica. L’uno mi ha prescritto Citalopram e l’altro Sereupin.
Il problema è che io credo che mi serva più parlare, capire e magari ricevere dei consigli piuttosto che prendere farmaci; oltretutto da non sottovalutare l’aspetto economico, visto che le visite sono costose. Se potesse essermi veramente d’aiuto mi contatti.
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Gentile Signorina Federica, i farmaci hanno la funzione di aggredire i sintomi che in questo modo perdono d’intensità e pervasività, ma non curano il male alle sue radici. L’ansia è un disturbo psicologico e sarà una terapia psicologica, come la psicoterapia, la cura adeguata a ricercare, esplorare ed affrontare le cause da cui trae origine.
Quando l’ansia è molto forte è necessario assumere farmaci che la contengano, altrimenti la psicoterapia è più faticosa e meno efficace, perché il paziente è sommerso dall’ansia e ha meno capacità riflessive ed introspettive.
15. ANGELA – Richiesta consulenza farmacologica per la madre
DOMANDA: Gentile dott.ssa Mia madre soffre da un po’ di tempo di disturbo ossessivo-compulsivo e si trova anche in uno stato di forte depressione e ansia; è in cura da uno psichiatra che le ha prescritto il Solian da 400mg ma non abbiamo visto nessun miglioramento anzi si trova in uno stato depressivo che sembra essere assente tutto il giorno nonostante ha sempre un ritornello di voci in testa.
Può aiutarmi dandomi qualche consiglio su quale farmaco da utilizzare che non faccia parte del piano terapeutico, perché i farmaci appartenenti al piano terapeutico sembrano essere troppo forti per lei in quanto le aumentano lo stato depressivo infatti usando il Risperdal non ha avuto miglioramenti anzi è stata la principale causa della depressione perché prima di assumere questo farmaco, anche se aveva il ritornello di voci, non era depressa.
RISPOSTA DELLA DOTT.SSA GRAZIOLI: Cara Angela, mi dispiace molto non poterti essere utile, ma io sono una psicoterapeuta non di formazione medica, non ho perciò alcuna competenza in ambito farmacologico. Se hai dubbi circa la terapia che la tua mamma sta seguendo, devi chiedere il parere di altri psichiatri. Ti faccio tanti auguri.
Dott.ssa Daniela Grazioli